Metameri

Alberto Di Raco con questi suoi Metameri ci dà un’opera di poesia matura e interessante anche per lettori non facili a improvvisati entusiasmi. Il suo lavoro, infatti, lontano dalle nuove troppo conclamate e, in particolare, divergente dal puro verbalismo, o anche dal gioco intellettuale che ha caratterizzato in modo vistoso la poesia di stampo prevalentemente neoavanguardistico degli anni ’60, tende a “traversare” queste esperienze, da cui ha preso, tutt’al più, un gusto per la parola calzante e icastica, verso altri esiti e forme. La radice del lavoro di Di Raco è, semmai, da cercare nel poemetto narrativo, diciamo così di origine “Vociana”, nel senso pregnante di natura e di “epos” che ha caratterizzato, negli anni ’50, Il lavoro di scrittori come Pasolini, o Roversi, o Volponi.
Anche in questo caso, tuttavia, Di Raco non si è fermato alla dimensione, diciamo, puramente ideologica o semplificata del poemetto o del racconto in versi, alla riduzione sociologica della sua materia, ma ne ha svolto viceversa il nucleo tematico verso dimensioni di diversa complessità espressionistica e allegorica, in gradi di allargarne lo spazio e la stratificazione in senso riccamente metaforico e significante, quando non emblematico.
Privo di illusioni collettive, figura corale quel tanto che glielo impongono i riti collettivi della sua generazione massificata, per Di Raco i riscatti non saranno più palingeneticamente esterni alla sua situazione di parlante assatanato dai tempi industriali e dai ritmi-lavoro, ma sono invece nella piena aderenza interna della parola al ritmo biologico del suo discorso, nella sua capacità di figurarne in linguaggio la materia fitta, ricca, ribollente, non mai del tutto congelata.

Presentazione di Marco Forti


DAI CONFINI
Ti ricordi la cupa strada per Susa,
che facevamo ogni volta sotto il tramonto
lampeggiante di pioggia e catene di nubi
fumi di monti assediavano i nostri visi
gialli di luce da dietro i tergicristallo
affannosi nel silenzio monotono
del motore dell’automobile.
Oggi invece ci invade un vento straniero
porta luce nuvole e pietre sulle cime
sconvolge gli abeti e il lago nero di verde
in fondo alla valle; assale le porte sconnesse
striscia sui pavimenti, suscita stormi fantasmi
al tramonto quando gli ultimi soli sono esplosi
e le due orse si affacciano con la loro
scintillazione sempre più densa.

RITORNO DALLA FABBRICA
? non finiranno mai di lampeggiare
questi involucri acciai
su occhi di vetro, di ferire con lame
riccioli stanchi ravvolti dal vento
del finestrino dell’autobus.
né perché nel bosco d’antenne
soffia ancora il vento e scuote
i teloni delle finestre e porta
calcina dalle piaghe di pietra
sotto cirri cumuli dai buchi del cortile.

STANZA SULL’EUROPA
E così, mentre si parlava d’Europa
di Gross National Product and Inflation,
disoccupazione e produzione industriale
all’improvviso sui vetri si mise a battere
la luce e la pioggia; grossa pioggia rada
e violenta, un po’ romana, e passavano
grosse nubi e larghi pezzi di azzurro
sopra Parigi, in quella strada tranquilla e stretta
rue de Varennes, tranquilla e stretta e bianca,
e le nuvole di Parigi veloci di vento
della Normandia o del Canale. Come quella
volta a Londra erano della Cornovaglia ventosa;
noi stavamo nella stanzetta affollata parlando
incuranti perdevamo la pioggia
e il sole e la storia e l’economia è anche questo.

RIEPILOGO
? cosa potrà rimanere di te, mia città,
delle tue strade bagnate di nebbia
dell’odore di benzina nellaria
con gli alti edifici fluttuanti nel fumo,
cosa potrà rimanere delle tue stanze ad affitto
dove si consumano stupri e seme con
i sudori regolati dagli squilli della sveglia;

né rimarranno le tue fatiche che battono
alla porta col torpore dell’alba
né la folla ai cancelli chesce, chentra,
come animale notturno che entra
che esce di buio che batte ai cancelli.

Non rimarranno le perdite e i profitti,
i grandi magazzini e le file di macchine
sulla vasta arteria rotolante di luci
intermittenti e lontano fisse sopra colline
di calce; e nemmeno i tuoi antichi sogni
di pietra, o l’asfalto macchiato di sangue.
dei pneumatici il grido lampeggiante
dell’ambulanza che semina spazi sgomenti;
né le tue periferie così uguali nel loro fango
e nelle loro puttane da duemila.

Non rimarranno i tuoi ponti, e le tue banche,
ma tutto andrà giù, andrà giù,
le tue ragazze dagli occhi neri e i seni
appunti ti nei lunghissimi tunnel rombanti
andranno giù operai e fabbriche occupate
le dimostrazioni gli scioperi le bandiere nel buio
saranno silenzi lacerati da lamiere di luce;
e il richiamo delle sirene delle sette invano
cercherà naviganti fra le pietre disfatte.


RECENSIONI:

Giorgio Bàrberi Squarotti, Verità, dolore della poesia – La Stampa 5/5/1978


Domenico Porzio, Panorama – Libri 9/5/1978
“…egli riesce a estrarre sollecitazioni, per trasparenti metafore icastiche, limpide ragioni di canto e figurazioni tanto più allarmanti e persuadenti, a nostro avviso, quanto più distaccate e indipendenti dal contesto ideologico e industriale.”


P.Ruffilli, Prigioniero di un cerchio – Il Resto del Carlino, 20/5/1978
“…i momenti più felici di questa poesia…quelli in cui si segna esemplarmente una condizione diffusa dell’uomo moderno, in tutta la sua drammatica violenza e assurdità, tra blocchi enormi di costruzioni e labirinti di strade. Il poemetto narrativo…è la misura formale di metameri, questa sorta di organizzazione longitudinale di segmenti poetici, di serie unica di elementi con formula eguale ma proprietà differenti.”


F.Riccio, I metameri poetici, Il Mattino, 31/5/1978


Francesco Paolo Memmo, Interviene con rabbia e violenza sui grandi temi dell’attualità – Paese Sera 18/61978
“…si pensa al Pasollini epico, alla rabbia di Roversi, alla vocazione sociologica di Volponi…


(Anonimo), Libri e Riviste d’Italia, maggio – giugno 1978


G.Pandini, C’è tempo anche per i poeti, Gazzetta del Popolo, 3/8/1978


N.De Bella, La voce repubblicana, rubrica ”Il bancone”, 5/8/1978


Mario Lunetta, Un violento tete-à-tete con le nostre tenebre, Il Messaggero, 17/8/1978
“…E’ la voce roca, torbida e irriducibile di uno scrittore tra i più adulti della sua generazione. Ed è impossibile non udirla.”


E.Sabatino, quotidiano “Roma”, rubrica “Scaffale” 26/81978


C.Felice Colucci, Galleria e Nostro Tempo dicembre 1978


G.Palmery, Il Messaggero 11/71979


 

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Informazioni aggiuntive

Ttitolo

ALMANACCO DELLO SPECCHIO n.5

Autore

Alberto Di Raco

categoria

Poesia

casa-editrice

Mondadori

anno-di-pubblicazione

1976